Dopo molte ore di giri delle tre imbarcazioni tra gli iceberg, riusciamo finalmente ad appoggiare le prue a una crosta azzurrina che il ghiacciaio spinge in mare. Subito si crea una catena umana e dopo un’ora, accanto ai nostri bagagli accumulati sul bordo di un largo crepaccio, salutiamo i cacciatori inuit che rientrano a Tasiilaq. Torneranno a prenderci fra qualche giorno quando li chiameremo con il satellitare e sempre che il mare lo consenta.
Ora tutto dipende da noi e da quanto abbiamo stivato nelle nostre slitte, dove non manca un fucile con grossi proiettili per difenderci dagli orsi bianchi, particolarmente numerosi in questa zona ricca di foche. È così che inizia la nostra avventura verso il ghiacciaio continentale della Groenlandia, dove, se ti giri, l’orizzonte è sempre bianco.

Il primo campo lo piazziamo dopo qualche ora di salita, su un isolotto morenico addossato alla catena costiera. Un ghiacciaio termina in un laghetto proprio davanti alle tendine, mentre sul versante opposto gli iceberg che ingombrano il fiordo sembrano assurdi scatoloni in polistirolo.

Ripartiamo verso le dieci del giorno successivo. Ognuno trascina la sua pulka e si va avanti così per ore sul ghiacciaio che sale con pendenza lievissima: in media 50 m ogni chilometro. Nel tardo pomeriggio piazziamo il secondo campo presso l’ultimo sperone roccioso che si infila nell’Inlandsis. Davanti a noi ora non restano per migliaia di chilometri che le ondulazioni del deserto di ghiaccio. Restiamo a goderci il sole di mezzanotte che scivola fino a lambire le seraccate dell’Inlandsis, poi riprende a salire illuminando il ghiacciaio di una luce morbida e malinconica.

All’alba di nuovo in marcia. Oggi raggiungeremo l’altipiano, ma ci vorranno sei ore di marcia. Mentre avanzo non riesco a farmi un’idea precisa delle distanze. Una gobba che sembrava vicinissima richiede due ore e oltre si spalanca un piano, che non so se di duecento metri o di 20 km. Dietro si levano nuove gobbe e nuovi piani, in una fuga senza fine. C’è un silenzio inerte, minerale, arcaico. Solo qua e là il ghiaccio scricchiola, geme, crepita, gorgoglia di acque in qualche invisibile profondità. Poi, sui campi nevosi superiori il silenzio si fa perfetto, di quelli che ci sono anche in alta montagna e che ti fanno fischiare le orecchie.

L’Inlandsis è un immenso patchwork, la veste di un gigantesco Arlecchino boreale. Qui si stende una zona di neve bianchissima e compatta, là affiora una chiazza di ghiaccio scoperto, livido e granuloso come una grattugia, da un lato la neve appare stranamente annerita, dall’altro si apre in un lago di acque semisciolte, mentre più lontano le striature dei ruscelli superficiali color turchese si alternano alle fessure di alcuni larghi crepacci nascosti da lenzuoli di neve fresca. All’orizzonte, perfettamente inciso dalla luce artica a centinaia di chilometri di distanza, è tutto un mutare di riverberi e di opacità, di riflessi metallici e di scintillanti paradisi nevosi, annunci di mondi favolosamente remoti che non raggiungeremo mai.

(dal diario groenlandese di Franco Brevini)

IL VIAGGIO PERFETTO PER TE

Un’avventura sull’Inlandsis

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