Assistere a un Festival in un monastero buddista vuol dire vivere un’esperienza in grado di coinvolgere tutti i nostri sensi.

La prima ad essere colpita è la vista: il Festival è un tripudio di colori, forti e accesi.
Gli sfarzosi costumi indossati dai monaci officianti, riccamente ornati di decorazioni dorate, le tuniche porpora e gialle dei religiosi che assistono alla manifestazione, i vestiti dei pellegrini che giungono anche da centinaia di chilometri di distanza e che per l’occasione sfoggiano i loro abiti migliori e i vistosi gioielli d’argento con coralli e turchesi, le paurose maschere che coprono il volto dei monaci durante le danze, gialle, blu, verdi, nere, rosse, bianche e che rappresentano demoni e protettori, dei e personaggi mitologici, le thangka portate in processione e srotolate sui pendii che circondano i monasteri, anch’esse dipinte in numerosi colori vivaci.

Il secondo senso ad essere colpito è l’udito: i suoni profondi ed ipnotici degli antichi strumenti musicali, dai tamburi alle trombe, alcuni dei quali, si dice, addirittura fatti con ossa umane. E poi la melodiosa cantilena dei mantra sussurrati dai presenti, quel “om mani padme hum” ripetuto all’infinito che si mischia al cigolio delle ruote da preghiera che continuano a girare.

Il terzo senso ad essere coinvolto è l’olfatto: l’odore di incenso si mescola a quello dei vari cibi che vengono preparati per l’occasione da ristoratori ambulanti e, soprattutto, a quello di burro di yak con cui sono fatte anche le offerte che riempiono i monasteri. Ed è lo stesso burro di yak, mischiato al latte e alla tsampa, la farina a base di orzo tostato, che segna in modo indelebile il gusto di chi ha l’ardire di assaggiare questo tipico piatto tibetano che non manca mai durante i Festival.

Il tatto poi è utilissimo per riconoscere le stoffe dei costumi, la pesantezza di alcune maschere, il materiale con cui sono fatti gli strumenti musicali, ma anche e soprattutto per scoprire l’untuosità e la fuliggine che sembrano ricoprire cose, persone, la manifestazione stessa.

Per chi ci crede (ed ha un suo fascino crederci), infine, anche il sesto senso non può restare indifferente assistendo a un Festival buddista. Sarà l’atmosfera, sarà la profonda devozione dei pellegrini, sarà la spiritualità che aleggia nell’aria, o forse il mix di suoni e colori, saranno le misteriose figure rappresentate o il ritmo delle danze, ma sembra davvero di riuscire a capire la relazione sottile di causa ed effetto che si cela dietro a molti eventi e che normalmente sfugge all’intelletto.

Insomma uno spettacolo indimenticabile da tutti i punti di vista.
Provare per credere.

IL VIAGGIO PERFETTO PER TE

I festival del Bhutan

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