Partiamo il mattino presto per affrontare una delle tappe più lunghe e suggestive, ricca di interessi storici e naturalistici. Seguiamo la pista, dal fondo in discrete condizioni, che percorre una corta valle completamente coltivata punteggiata da minuscoli villaggi dalle abitazioni intonacate di bianco, le cui facciate sono caratteristicamente dipinte con righe verticali rosse, bianche e nere che rendono onore ai tre
Bodhisattva protettori del Tibet: Avalokiteshvara "il nobile glorioso", Vajrapani "la folgore nella mano", Maitreya "il Buddha del futuro".
Le donne di questa zona usano portare delle placche in metallo come fibbia a sostegno del grembiulino. Questi originali ornamenti costruiti in argento o in lega vengono sbalzate a mano da abili artigiani e possono avere svariate forme, le più pregiate sono quelle di grandi dimensioni, i disegni sono simmetrici e rappresentano animali e fiori, il loro significato ci é rimasto sconosciuto.
La nostra guida, come al solito solerte, ci informa che si tratta di donne "Gidi", un gruppo etnico che é stanziato nelle valli ad ovest di Shigatse.
In fondo alla valle un modesto passo, sito a 4.050 metri, immette la pista in un'altra valle molto meno abitata racchiusa tra montagne desertiche prive di vegetazione e soggette a vistosi e preoccupanti fenomeni di erosione che mettono a nudo la geologia del terreno. Il panorama di questa valle, altrimenti insignificante, é ravvivato e reso straordinariamente suggestivo dall'infinita gamma di colori del terreno.
Nell'ampia pianura fluviale si alternano piccole dune di sabbia a terrazzamenti che presto il rumoroso fiume dilaverà, i rari nuclei abitati si trovano a nord del fiume Dixia, lo sterco di yak é già accatastato sui tetti piatti, tutto é pronto per fronteggiare il rigido inverno sovente senza neve.
Questo nuovo scenario naturalistico ci accompagnerà fino al passo Tsho La, sito a quota 4.500 metri, quindi, superato il quale, una insperata e rara strada asfaltata di 10 km. ci conduce alla cittadina di Renda a quota 4.200 metri a est del fiume Choyate Lomu dove la pista non asfaltata ritorna a farci compagnia.
Superata la cittadina di Renda guadiamo il fiume, una deviazione a sinistra porta in 26 km. a Sakya. Il Choyate Lomu é un fiume poco profondo ma durante il periodo monsonico invade vaste aree del fondo valle e non sempre é possibile raggiungere questo villaggio in quanto la pista avanza per lunghi tratti nel letto del fiume e per altri supera fronti ghiaiosi formati dalle numerose frane. Isolate case bianche sono visibili tra verdi campi coltivati dalle donne Gidi, che incontriamo sovente mentre, a cavallo, si spostano da un borgo all'altro. Dalla pista che, in questo ultimo tratto, costeggia la parete della montagna ci appare Sakya adagiata nel mezzo della valle che raggiungiamo deviando sulla sinistra. Entrati nel pietroso villaggio, seguiamo la strada che ci porta al monastero, le case che la circondano sono intonacate e dipinte di grigio scuro dove risaltano le righe bianche orizzontali che marcano la linea dei tetti e le righe verticali rosse e bianche. Questo insolito colore, non riscontrabile in nessun altro villaggio tibetano, é dovuto probabilmente alla volontà della comunità monastica
di affermare la propria autonomia e forse per ignoti motivi religiosi.
Visitiamo il monastero che si trova nel centro del paese racchiuso anch'esso in alte mura grigie che gli conferiscono l'aspetto di una fortezza. Un angusto corridoio sfocia in un ampio cortile lastricato sul quale si affacciano i palazzi intonacati di rosso del monastero che fu fondato nel 1073 da Kongchok Gyalpo.
Qui la tradizione vuole che la carica di abate, a differenza di quello che avviene in altri ordini che vengono guidati da lama reincarnati, sia ereditaria, per assicurare la discendenza gli abati di Sakya prendono moglie. A differenza dell'altro monastero che sorge sulla sponda settentrionale del fiume questo é stato risparmiato dalla violenza delle guardie rosse; anche qui visitiamo le varie sale tra le quali spicca la Sala dell'Assemblea, caratterizzata da grossi pilastri ricavati da un singolo tronco di albero ed é contornata da imponenti statue che fungono da reliquiari degli abati. Usciamo dal monastero e costeggiamo le sue mura fino al terrazzamento dal quale si domina la piccola valle le cui
coltivazioni si stingono attorno al fiume mentre il villaggio si arrampica sui pendii non coltivabili della montagna; un unico ponte mette in comunicazione le due sponde del paese ed é un continuo via vai di simpatici personaggi che non amano farsi fotografare
e di rognosi cani che incutono un certo timore. Finita la visita ripercorriamo a ritroso la pista per Renda, ci fermiamo in prossimità
di un ansa fluviale per consumare il pranzo che come al solito si traduce in un simpatico pic-nic.
Lungo le piste tibetane si é spesso soli, immersi nello splendore della natura e solo ogni tanto si incontra un uomo che cammina e che ci fa pensare "ma dove starà andando?". Infatti mentre mangiamo anche oggi compaiono dal nulla due donne che dagli sporchi indumenti
si potrebbero immaginare in viaggio da molto tempo; sono a piedi e trasportano sulle spalle una gerla ricolma di probabili mercanzie, dalle particolari fattezze riconosciamo la caratteristica delle donne Gidi.
Trafelate si fermano ad osservarci a rispettosa distanza, doniamo loro parte del nostro cibo ed una bottiglia di acqua e, dal loro sorriso, intuiamo che é stato gradito. Ritorniamo sulla pista principale e dopo altri 24 km. raggiungiamo Lhatse (4.050 metri s.l.m.) che assomiglia più ad un posto di sosta per camionisti che ad un vero e proprio paese: la fermata é obbligatoria dato che occorre presentarsi al posto di polizia per i burocratici controlli dei passaporti e dei permessi vari.
Al bivio poco dopo Lhatse prendiamo la deviazione sulla sinistra che porta al passo Lhakpa La a 5.220 metri mentre la deviazione sulla destra ci avrebbe condotti nel Tibet Occidentale. Nel pomeriggio il tempo peggiora proprio all'inizio della ripida salita per il passo, una frana ci tiene bloccati per circa un'ora e riusciamo a superarla solo in virtù dell'agilità del nostro mezzo fuoristrada mentre i camion, gli autobus e i pulmini rimangono fermi in una lunga fila che a volte, in simili occasioni, li blocca per giorni interi.
Una bufera di neve ci coglie proprio durante la salita togliendoci completamente la visione del panorama e regalandoci uno stato d'ansia causato dalla preoccupazione di non scivolare nei dirupi. Si sale a fatica, anche a causa della pista scivolosa, fino a quando, in prossimità del passo, il terreno diventa pianeggiante. I forti venti, come per incanto, squarciano le nubi e ci regalano un panorama straordinario, di una grandiosità mai vista: l'altopiano arido dai mille colori della terra e la luminosità dell'aria danno la sensazione di trovarsi affacciati sull'infinito invincibile. Raggiunto il passo in questa maniera avventurosa, indossiamo per la prima volta, a causa del freddo, la giacca antivento
mentre l'altitudine fortunatamente non ci procura alcun fastidio.
Fotografiamo la bassa catena innevata del Lhakokangri la cui altitudine raggiunge 6.392 metri nel picco massimo. Continuiamo a scattare fotografie ai simpatici e infreddoliti nomadi che danno vita al paesaggio, essi non vivono al passo ma lo raggiungono solo per incontrare e
ricevere qualche dono dai turisti e per deporre le file di bandierine di preghiere che il fortissimo vento di oggi trasporterà sicuramente molto lontano.
Come al solito al passo si trova un cartello che indica l'inizio dell'area protetta. Felici per il regalo ricevuto dal vento, risaliamo in auto ed iniziamo il percorso che ci porterà a Shegar; la pista é pianeggiante, viaggiamo per circa mezz'ora a quota 5.000 metri: a queste altitudini non si vedono ne case, ne sentieri, ne altri segni della presenza dell'uomo solo l'altopiano, arido e maestoso, ci tiene compagnia. Scendiamo
verso una nuova valle percorrendo una pista alta rispetto al fiume, non più tributario del Bramaputra finché, a quota 4.500 metri, riappaiono i minuscoli villaggi racchiusi dalle prime coltivazioni. Il piccolo corso d'acqua viene attraversato sovente da esili ponti realizzati con grossi tronchi conficcati nel terreno a strati sovrapposti, le bandierine di preghiera proteggeranno il viandante che lo attraversa.
Scendendo, il tempo peggiora di nuovo, il tuono rimbomba in lontananza mentre percorriamo con difficoltà gli ultimi 40 km. che ci separano da Shegar, superando diversi e impegnativi tratti fangosi che obbligano l'autista ad utilizzare le merce ridotte. L'ampia valle sembra trasformata in un immenso fiume di fango e ciò ha provocato il blocco di un autobus ormai completamente immerso nella melma.
Scende improvvisa una fitta oscurità portando con sé una sera sinistra, il nostro autista, con astuzia ed esperienza, sceglie i passaggi migliori, supera così il tratto più difficile e a circa metà percorso soccorre un fuoristrada ormai prigioniero del fango.
Arriviamo a Shegar (quota 4.350 metri), ci fermiamo per la notte al fatiscente Qomolangma Hotel: sarà l'unico pernottamento sopra i 4.000 metri del nostro viaggio.