Arriviamo a Shigatse, sita a quota 3.900 metri, nelle prime ore del pomeriggio accolti da uno splendido sole e subito ci rechiamo a fotografare gli edifici dello straordinario complesso di Tashilhunpo. Dall'hotel prendiamo per l'occasione un riskio a pedali e
attraversiamo alcuni quartieri di anonime case in cemento armato, tipico sconvolgimento edilizio cinese degli anni della rivoluzione culturale, irrispettoso di qualsiasi espressione dell'entità del popolo tibetano. Una volta superato l'ingresso ci fermiamo ad ammirare il grandioso complesso la cui fondazione, come ricorda una stele sita nell'ampio cortile, risale al 1447 ed é opera di un discepolo di Tsongkhapa.
Anche qui seguiamo il tradizionale percorso in senso orario e tra mute di cani randagi prendiamo la scalinata che conduce alla base dello sperone di roccia sotto la quale si trovano i grandi edifici bianchi dove vivono i monaci. Ci rendiamo conto dell'importanza di questo luogo che venne risparmiato persino dalle ingiustificate cattiverie delle guardie rosse perché era la residenza del Panchem Lama, grande studioso e maestro del V Dalai Lama che lo dichiarò essere una manifestazione di Amitabha e quindi gli attribuì il titolo di Panchem, incarico spirituale secondo soltanto al Dalai Lama.
La dinastia cinese dei Qing mise il successivo Panchem Lama a capo dello Tsang e del Tibet occidentale: due capi spirituali di questo livello finirono per creare numerose e pericolose rivalità che negli anni venti indussero il Panchem Lama a rifugiarsi a Pechino e solo saltuariamente a fare ritorno a Tashilhunpo. Visitiamo il primo luogo sacro che é il monastero Jamkhang che ospita un Buddha del futuro alto 26 metri che fu realizzato nel 1914 utilizzando circa 100 tonnellate di rame, ottone, circa 300 kg. di oro e innumerevoli pietre preziose. Esso si trova in una sontuosa cappella sulle cui pareti si ammirano circa mille affreschi raffiguranti Maitreya.
All'uscita seguiamo il vicolo che conduce al Kudung Lhakhang che ospita il Chorten del IV Panchem Lama realizzato in oro e argento. Da notare la svastica realizzata in pietre dure incastonate nel pavimento; il suo significato é assolutamente distante dalla concezione che la nostra mentalità, memore delle stragi degli imperi fascisti, si raffigura: essa rappresenta il sole ed é un simbolo che assunse diverso significato presso varie popolazioni preistoriche ed accompagna il buddismo ovunque, ha la forma di una croce con quattro bracci uguali che terminano con un piccolo prolungamento ad angolo retto, quella destrogira é stata adottata dalla setta Gelugpa mentre le sette non riformate usano la svastica sinistrogira.
Anche qui i pellegrini, arrivati da molto lontano, offrono burro di yak, denaro e piccole altre offerte, si prostano a terra per ore intere davanti ai luoghi sacri: più di ogni altro popolo, quello tibetano ha mantenuto inalterato, nei secoli, il suo stile di vita e le sue complesse liturgie religiose.
Seguiamo, lungo i vicoli racchiusi tra alte mura di pietra affrescati di bianco o rosso, la scia di pellegrini fino a raggiungere il grande complesso di Kelsang Lhakhang, superiamo un angusto e buio tunnel facendo attenzione a non inciampare nei cani randagi ed entriamo finalmente nella Sala dell'Assemblea più grande di Tashilhunpo, la cui costruzione risale al XV sec., dove file di cuscini, destinati
ai monaci, e bellissimi thangka rendono l'ambiente estremamente suggestivo.
La copertura di questa immensa sala é sostenuta da fitti pilastri (veri e propri tronchi di albero), i Tibetani infatti pur non conoscendo l'uso dell'arco e della volta nelle costruzioni riuscirono a edificare ampie sale facendo ricorso alle colonne in legno.
Unitamente ai fedeli seguiamo il circuito, sempre in senso orario, che contorna il cortile interrato di tre piani fino a raggiungere e visitare le varie cappelle. Finita la visita scendiamo nel cortile ad osservare le donne-muratore che con arcaiche attrezzature sono intente alla manutenzione ed al restauro dei monumenti.
Il lavoro viene eseguito completamente a mano compreso il trasporto del materiale da costruzione che avviene con dei bidoni di latta portati sulle spalle con giustificata fatica. I tetti, quelli piani, vengono riparati in modo originale ed unico; gruppi di tre o quattro donne, cantando e ritmando di conseguenza il movimento, pestano con dei bastoni l'impasto di cemento e sabbia in modo di stenderlo e renderlo liscio compatto e impermeabile; più che un lavoro a noi é sembrata un'aggraziata danza alla quale abbiamo più volte assistito durante il viaggio.
Il mattino successivo ritorniamo a visitare, con l'esperienza acquisita il giorno precedente ed in compagnia della nostra guida, questo interessante monastero.
Intorno alle 12,30, poco prima di uscire, ci giunge dal Collegio Filosofico uno strano brusio che con l'avvicinarsi diventa sempre più alto fino ad assomigliare ad una animata e convulsa discussione: entriamo nell'austero cortile, ombreggiato da alcuni alberi, la scena che ci appare ci lascia attoniti: una trentina di monaci divisi in piccoli gruppi di due o quattro persone sono impegnati in animate discussioni.
In rispettoso silenzio ci sediamo in un angolo ad assistere a questa scena di vita monastica che per l'ordine gelugpa acquisisce particolare importanza essendo il dibattito filosofico usato come metodo di interrogazione e studio.
Queste straordinarie discussioni seguono particolari regole fisse: chi pone la domanda muove esageratamente il corpo e batte le mani e può addirittura enfatizzare l'ultimo concetto battendo pesantemente i piedi ed alzando la voce; l'interrogato a sua volta, se rifiuta la tesi di chi lo interroga, può porre a sua volta una controdomanda ripetendo gli usuali gesti. La discussione, come ci spiega la nostra guida, può durare svariate ore. Il pomeriggio di questa seconda giornata trascorsa a Shigatse lo passiamo al mercato che si trova quasi ai piedi dello Dzong. Il bazar tradizionale si sviluppa in un controviale ed é formato da due file ininterrotte di bancarelle dove si possono acquistare generi alimentari e articoli vari. Tra gli ambulanti riconosciamo delle donne kampa che vendono i tradizionali ornamenti: perline di turchesi, palle di ambra, calotte craniche che vengono utilizzate come coppe nelle funzioni religiose, ruote della preghiera e per la prima volta vediamo esposte delle grosse fibbie di metallo che poi vedremo ornare il vestito delle donne Gidi. Una di queste bancarelle vende i multicolori "sangba": stivali che vengono calzati dalla maggioranza dei tibetani e sono realizzati in pesante feltro di lana con suole di pelle di yak.
Queste calzature sono confezionate artigianalmente a mano e vengono cucite con fili di lana e la loro caratteristica più singolare é il vivace e stravagante abbinamento dei feltri colorati. Terminata l'esposizione delle merci tradizionali iniziano gli odorosi banchi che espongono i tipici prodotti alimentari. Superiamo, con una certa difficoltà, il reparto dove si vende la carne di yak e di montone che é appesa a dei ganci in
bella mostra, passiamo tra i sacchi di granaglie che sono disordinatamente appoggiati in terra, quindi un intenso odore ci anticipa l'esposizione del burro, venduto in forme rotonde racchiuse in budelli di yak. Visitiamo superficialmente l'anonimo mercato moderno che si tiene nelle vie limitrofe. La città vecchia si estende verso la riva del fiume e all'ombra di insoliti alberi fervono le attività tradizionali. Dal classico tintinnio delle grandi ruote di preghiera riconosciamo che un'anonima costruzione cela, superato l'ingresso, un minuscolo e rurale luogo di culto.
Un via vai di fedeli anima l'interno, pone le offerte, prega le forze divine che quali potenze naturali e portatrici di sapienza li proteggeranno.
La fabbrica dei tappeti, aperta nel 1987, merita di essere visitata anche per ascoltare i melodiosi canti intonati dalle donne mentre lavorano.
I tappeti hanno disegni tradizionali ottenuti con lane tinte con colori chimici oppure con coloranti naturali.