30 luglio 2010

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Tibet - Oltre l'Himalaya di Massimo Bocale e Piera Borghetti
Sommario Itinerari 1° tappa 2° tappa 3° tappa 5° tappa 7° tappa
  Morfologia   Gonggar - Tsedang Tsedang - Lhasa Lhasa - Ganden Gyantse - Shigatse Shegar - Nyalam
  Qualche numero   Valle dello Yarlung Chu Lhasa 4° tappa Shigatse 8° tappa
  Cartina   Monastero di Samye I grandi monasteri intorno a Lhasa Lhasa - Gyantse 6° tappa Nyalam - Zhangmu
  Curiosità       Gyantse Shigatse - Shegar  
  Popolazione            

Shegar - Nyalam:

Shegar non offre alcuna particolare attrattiva se non le rovine dello Dzong e il monastero di Chode che venne fondato nel 1266, raso al suolo nel 1965 durante la rivoluzione culturale e infine ricostruito nel 1985.

Lasciamo la cittadina per affrontare un'altra lunghissima tappa che ci porterà a Nyalam sita a quota 3.750 metri in prossimità del confine nepalese. A differenza del giorno precedente sono rimasti a ravvivare il cielo solo alcuni nuvoloni scuri sparsi nel blu intenso, il terreno della pista é già secco e l'aria é più tersa che mai.
All'uscita da Shegar un ennesimo controllo burocratico dei passaporti e dei visti ci tiene bloccati per mezz'ora, quindi, superato sopra un moderno ponte il fiume Phung Chu ci incamminiamo verso Tingri percorrendo una valle selvaggia contornata da montagne molto frastagliate che si perdono nell'infinito e maestoso panorama desertico. La scena si anima quando incontriamo, lungo questi chilometri di nulla, un tipico carretto di legno trainato da un cavallo che trasporta dei passeggeri assieme alle loro merci. Alcuni villaggi vengono attraversati dalla pista, sostiamo a Taho attratti dall'armoniosità delle sue costruzioni che ci ricordano le case delle valli a est di Shegar: le righe rosse, bianche e nere sono dipinte in verticale sull'intera facciata dal tetto fino a terra.
Anche qui i tetti sono stracolmi di formelle di sterco di yak che sono ottenute appiccicando lo sterco fresco sui muri bianchi affinché si secchino al sole, verranno poi raccolte ed accatastate sui muretti di recinzione e sui tetti in attesa del rigido inverno dove verranno usate come combustibile.
Richiamati dalla nostra presenza, siamo ad un certo punto circondati da vari curiosi, la nostra guida ci fa notare i loro ornamenti, vagamente simili a quelli dei Kampa, che identificano il gruppo dei "Ding Ra". La valle del Phung Chu ha forme e colori di stupefacente bellezza, senza alberi, senza barriere allo sguardo dove i piccoli villaggi i cui abitanti sono dediti alla pastorizia sono l'unica traccia di vita in questo deserto di montagna.
I Ding Ra sono pastori nomadi e si spostano con i loro animali alla ricerca di buoni pascoli; poco lontano dalla pista, in un punto poco esposto ai venti, osserviamo con curiosità uno dei loro accampamenti di tende nere protette alla base da un cordolo di grosse pietre che riparano dal freddo e dal vento; allo stesso modo vengono realizzati i ricoveri degli dzo.
Un giovane pastore, curioso e timido, ci viene incontro e possiamo notare la sua lunga treccia simile a quella dei Kampa: essa é arrotolata sopra la testa e infilata in un anello di osso di yak, in vari anelli di argento e rame ed adornata con pendenti di ambra e corallo. Seguiamo la pista che corre in mezzo alla grande valle pianeggiante attraverso kilometri e kilometri di nulla, finché non compare la piccola cittadina di Tingri (4.342 metri s.l.m.) dalla quale si raggiunge, grazie ad una deviazione di circa 40 km., la riserva naturale di Qomolangma che si estende su un'area di 27.000 kmq.. Da Tingri, se il clima é favorevole, si possono ammirare allineate da est a ovest le maestose e celebrate montagne più alte del mondo: l'Everest alto 8.848 metri, il Pumori alto 7.161 metri, il Cho Oyu alto 8.201 metri e il Gyachung Kang alto 7.952 metri.

Sostiamo a Tingri solo il tempo necessario per ammirare le cime innevate dell'Himalaya quindi, all'uscita del villaggio, ci fermiamo a visitare un importante accampamento di nomadi Ding Ra che occupa una vasta area pianeggiante dove gli animali pascolano indisturbati. Qui predominano alpeggi radi e stepposi, ci muoviamo con attenzione tra cani ringhiosi cercando di cogliere momenti di vita quotidiana; intravediamo alcune donne intente a preparare il cibo dietro la cortina di fumo provocata dallo sterco che alimenta il fuoco della cucina all'aperto mentre numerosi bambini giocano, gridano e si rincorrono tra le tende e gli dzo fino a quando si accorgono della nostra presenza e ci assalgono con mille richieste.

L'economia di queste zone ricorda in molti aspetti l'autarchia di auto sussistenza del nostro medioevo che trova i mezzi di sostentamento solo all'interno del proprio territorio senza contatti con mercati esterni, ogni materiale o alimento necessario alla sopravvivenza é prodotto all'interno della comunità.
Continuiamo a seguire la pista per il passo Lalung La a quota 5.050 metri accompagnati da un cielo bizzarro; superando graziosi e minuscoli villaggi e notiamo nella zona diversi e curiosi ruderi di costruzioni distrutti in seguito ad un'invasione nepalese avvenuta nel
XVIII sec.. Raggiungiamo e superiamo una tribù di nomadi che si incamminano verso un nuovo territorio che darà loro altre risorse per un successivo periodo di vita.

La scena che ci si presenta é emozionante e ci racconta la fierezza di queste genti gelose della propria indipendenza e delle proprie regole. La carovana procede alla lenta andatura degli asini stracarichi di mercanzie, che nell'immaginazione ci ricordano i piccoli "kiang",
gli asinelli selvatici tibetani, al passo di questi seguono le donne che fanno girare le ruote di preghiera, una di queste porta una cesta di vimini sulle spalle che protegge e culla un piccolo neonato, alcuni uomini portano a tracolla vecchissimi fucili a canna lunga: i nomadi sono gli unici civili autorizzati a portare armi per difesa contro le minacce degli animali selvatici.

In prossimità del passo l'altopiano torna ad innalzarsi, la pista ci conduce in un ambiente terribilmente selvaggio, un'immensità per spazio e dimensioni dove ci si sente veramente soli, abbandonati al luccicante splendore della natura: le sfumature color pastello della pianura, il bizzarro blu del cielo, le rocce nere e verdi della catena del Xixapangma (8.013 metri) ci accompagnano per circa due ore.
Al passo Lalung La i multicolori rlung-ta sono agitati dal vento, emettono in continuazione le sacre preghiere, ci troviamo nella riserva naturale di Qomolangma, come recita una artistica incisione su un muretto in pietra, siamo al cospetto delle più alte montagne
del mondo, possiamo abbracciare con lo sguardo la vasta pianura che si stende fino alle pendici del colossale Everest (8.848 metri) a est e i luccicanti ghiacciai del Phola Ganchen (7.661 metri) a ovest; "Ima Laya" nella lingua tibetana significa "la terra delle nevi".
Scattiamo le foto, nascosti dietro la nostra automobile per proteggerci dal forte vento, quindi, una volta sazi di questi meravigliosi paesaggi, imbocchiamo un'ardita discesa fuori pista tra canaloni ghiaiosi verso la valle del Po Chu. É come correre nel nulla tra spazi infiniti, il ricordo di quei momenti é struggente, gli occhi e il pensiero cercano di catturare tutte quelle sfumature che non vogliamo dimenticare.
Ritroviamo la pista che imbocca una stretta valle racchiusa tra ripide pareti desertiche dai colori sfumati della terra. A circa 4.500 metri di altitudine sostiamo per il consueto pic-nic in una delle prime radure verdi.
Anche oggi, come al solito, interroghiamo i nostri compagni tibetani sulle usanze della loro terra e alla domanda di cosa ne pensassero della favola, creata e sostenuta ad arte dalle genti dell'Himalaya, sull'esistenza dell'uomo delle nevi l'autista, molto seriamente, ci risponde che non é una fantasia tibetana ma é una realtà da lui stesso vissuta. Perplessi chiediamo spiegazioni e lui ci racconta di averlo avvistato, molti anni fa, in occasione di un'escursione nella zona boscosa dell'Himalaya; con meticolosità pseudo-scientifica ci descrive questo essere favoloso che lui giudica molto alto e robusto, coperto da un fitto pelo color marrone che si muove in posizione eretta e sembrerebbe, dalla inconfondibile mimica, che sia alto oltre due metri, intuiamo dalle agitate spiegazioni che é sicuramente molto forte tanto da incutere un certo timore.
Gli sherpa lo hanno chiamato Yeti mentre i tibetani lo chiamano Migo che significa uomo selvatico, esso rappresenta, con le sue storie fantastiche, l'ultimo approdo di un sogno antico. L'influenza dal magico racconto sullo Yeti ci fa sembrare l'ormai imminente
gola del Po Chu più affascinante che mai.
Questa stretta valle racchiusa tra le montagne desertiche é completamente coltivata ed é famosa per la grotta di Milarepa, importantissimo asceta ed eremita vissuto a cavallo tra l' XI e il XII secolo.
Fu anche un grande poeta che amava la solitudine ed il silenzio dei monti ispiratrici di profonde esperienze mistiche, scriveva a proposito: "nelle deserte pietraie dei monti troverai uno strano mercato: vi puoi barattare il vortice della vita con una beatitudine senza confini".Scendiamo a piedi, accompagnati da bambini vocianti, per un ripido sentiero verso l'attuale monastero edificato intorno alla grotta di Milarepa.
Lungo il pendio osserviamo vari sassi incisi più o meno artisticamente con delle figure che rappresentano Milarepa oppure riportano scolpite preghiere scritte con caratteri tibetani. Il monastero é veramente piccolo e una volta superato l'ingresso si accede alla buia grotta dell'asceta. Il piccolo villaggio di Milarepa merita di essere visitato perché é l'ultimo interamente costruito secondo le antiche tradizioni tibetane, mano a mano che ci avviciniamo al confine con il Nepal queste caratteristiche vengono ad affievolirsi. Dopo 11 km. raggiungiamo la cittadina di Nyalam.