10 febbraio 2012

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Tibet - Oltre l'Himalaya di Massimo Bocale e Piera Borghetti
Sommario Itinerari 1° tappa 2° tappa 3° tappa 5° tappa 7° tappa
  Morfologia   Gonggar - Tsedang Tsedang - Lhasa Lhasa - Ganden Gyantse - Shigatse Shegar - Nyalam
  Qualche numero   Valle dello Yarlung Chu Lhasa 4° tappa Shigatse 8° tappa
  Cartina   Monastero di Samye I grandi monasteri intorno a Lhasa Lhasa - Gyantse 6° tappa Nyalam - Zhangmu
  Curiosità       Gyantse Shigatse - Shegar  
  Popolazione            

Lhasa - Gyantse:

Questa tappa viene denominata la tappa dei tre passi poiché in ordine si devono superare il passo del Kamba La (metri 4.794) quello del Karo La (metri 5.010) e, infine, quello del Simi La (metri 4.500). Ancora una volta il clima ci é favorevole e nei primi 68 km. ripercorriamo la strada asfaltata che ci porta all'importante ponte sul Yarlung Gsampo oltre il quale si trova la pista che ci conduce in 32 km. al primo passo il Kamba La. I primi 21 km. di pista costeggiano tranquillamente il fiume finché la strada, molto stretta ed accidentata, si inerpica con numerosi tornanti e in soli 11 km. supera un dislivello di circa 1.200 metri.
La fortuna ha voluto che nessuna frana ci impedisse di transitare e le splendide condizioni atmosferiche ci hanno permesso di fermarci a più riprese per ammirare lo straordinario paesaggio della gola che si immette nell'ampia valle del Bramaputra.

Quando meno ce lo aspettavamo ecco che un piccolo pianoro indica l'arrivo a quota 4.794 metri del passo Kamba; un cartello, ravvivato da multicolori "cavalli del vento", indica in tre lingue (tibetana, cinese, inglese) l'inizio dell'area protetta del Lago Yang Zhuo Yong (le cartine stradali riportano il nome di Yamdrok Tso). Il panorama che si apre ai nostri occhi é straordinario: qui l'aria rarefatta é ancora più tersa, a sud svettano le alte montagne innevate dell'Himalaya e 400 metri più in basso si snoda come un lungo serpente di smeraldo l'altrettanto straordinario lago Yamdrok, dalla insolita forma molto tortuosa e dimora delle divinità irate. Per i Tibetani é un lago sacro unitamente ai laghi Lhamo La tso, Nam tso e Manasarovar.

Le sponde grigie del lago sono ravvivate dal verde dei piccoli terrazzamenti coltivati ad orzo, che cresce bene anche oltre i 4.000 metri, e dal giallo intenso delle fioriture dei campi di senape che appaiono come macchie cadute per caso dal pennello di un distratto pittore e hanno il pregio di interrompere la monotonia del verde delle coltivazioni.

I contadini, dopo gli espropri effettuati del regime comunista, sono riusciti di nuovo ad ottenere la proprietà di piccoli appezzamenti di terra che curano con grande amore, qui il possesso della terra ha ancora un significato importante sia da un punto di vista di mera sussistenza che di posizione sociale. I numerosi minuscoli villaggi invogliano a fermarsi per osservare le curiose architetture delle case costruite con sassi e terra nella più stretta osservanza delle tradizioni.

Queste costruzioni, generalmente dipinte di bianco, sono tapezzate da formelle di sterco di yak messe a seccare al sole quale unico combustibile in una terra inesorabilmente priva di alberi e risorse energetiche moderne. In questa giornata straordinariamente limpida, gruppi di contadini approfittano del favore del sole per distendere ad asciugare in riva al lago i chicchi d'orzo; nell'attesa, seduti in circolo, consumano una colazione costituita da the tibetano e frittelle gialle alla quale, in virtù della famosa ospitalità tibetana, veniamo invitati, riusciamo ad evitare il the ma non possiamo certo rifiutare di assaggiare invece le frittelle e scopriamo con sorpresa essere dei deliziosi dolcetti. Riprendiamo a viaggiare e, tra un sobbalzo e l'altro, sgranocchiamo i dolcetti che abbiamo ricevuto in dono.
Occorre percorrere altri 50 km. per raggiungere il grosso villaggio di Nangartse sito a quota 4.500 metri. Una pista assai accidentata costeggia la sponda nord del sinuoso lago dove, in alcuni tratti, la robusta Toyota supera dei preoccupanti fronti franosi che scivolano dalle ripide montagne.

A questo punto la pista lascia il lago per inoltrarsi nella valle che conduce al famoso passo Karo La in un susseguirsi di picchi innevati che contrastano con il verde del fondo valle, bagnato da un rumoroso e veloce torrente. Scendiamo dall'auto per gustare meglio il panorama e tra una folata di vento e l'altra identifichiamo, aiutati dalla nostra guida, i ghiacciai che troneggiano dalle vette e che sono nell'ordine: il Nanga Qing Tangla e il Nanga Qing Kangsa, l'ultimo, quello più spettacolare non si riesce ancora a vedere e dobbiamo raggiungere il passo Karo La a quota 5.010 metri dove ci appare finalmente la visuale sul monte Nechinghangsang (7.220 metri) e sul suo imponente ghiacciaio le cui lingue raggiungono quasi la pista.

Alla sommità del passo sono esposte, appese a corde o in armoniose strutture a forma di pagoda, centinaia di preghiere stampate su delle "rlung-ta" di vari colori; il vento, che qui non manca mai, é considerato il veicolo che accompagna e trasporta simbolicamente da montagna in montagna, da valle in valle le invocazioni e i voti in essi contenuti. Gli rlung-ta o cavalli del vento sono delle bandierine di preghiera i cui colori giallo, rosso, verde e blu rappresentano rispettivamente i quattro elementi di terra, fuoco, acqua e aria; vengono chiamati in questo modo perché in essi, oltre ai mantra viene rappresentato il "mitico cavallo del vento" che porta sulla sella un gioiello capace di esaudire i desideri e trasportare le preghiere.

A queste elevate altitudini riescono a sopravvivere in modo egregio solo popolazioni forti e volitive quali i nomadi "Douba" al cui gruppo etnico, ci informa la nostra guida, appartiene il piccolo nucleo che si trova accampato nelle vallette ai lati del passo: la loro dimora é una particolare tenda che viene realizzata con teli ottenuti cucendo insieme lunghe strisce di tessuto di lana di yak alte circa 30 cm. capaci di resistere alle violente bufere dell'altopiano. La ricchezza di queste tribù nomadi deriva dall'allevamento delle mandrie di yak che possiamo osservare mentre pascolano nelle radure adiacenti la pista fin quasi a raggiungere il ghiacciaio.

Ci dirigiamo verso un piccolo gruppo che sta cercando di accendere il fuoco per cucinare: come combustibile viene usato dello sterco di yak che in questo caso stenta ad accendersi nonostante un nomade tenti incessantemente di ravvivarlo con un mantice di pelle di animale ottenendo, per lunghi periodi, solo e tantissimo fumo.
Siamo gli unici occidentali al passo e siamo ovviamente il centro dell'attenzione, veniamo attorniati da quattro vispi e bellissimi bambini, un ragazzo suona così bene la dranyen, la tipica chitarra a tre corde, che attira la nostra attenzione e curiosità, é la prima volta che ci capita di ascoltarla. Riprendiamo il viaggio e la pista polverosa inizia subito a scendere di quota e tra splendidi campi selvatici in fiore spunta di tanto in tanto qualche tenda nera dei nomadi.
Montagne e brulle vallate si susseguono per altri 10-12 km. sino a raggiungere il terzo passo il Simi La sito a quota 4.500 metri.

Dal passo si ha una splendida vista sulla sottostante valle dello Nyang Chu ricca di coltivazioni a terrazzamenti: scendendo ci accorgiamo che l'ambiente ritorna ad essere maggiormente abitato: nei posti più impensati, arroccati sui pendii, sorgono altri numerosi villaggi di sasso. Raggiunto il villaggio di Lungma (quota 4.300 metri) ci si trova nel verde fondo valle, la pista ormai corre in lunghissimi rettilinei tra campi coltivati e dopo circa 50 km. raggiunge finalmente la storica Gyantse sita a quota 3.950 metri.