10 febbraio 2012

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Tibet - Oltre l'Himalaya di Massimo Bocale e Piera Borghetti
Sommario Itinerari 1° tappa 2° tappa 3° tappa 5° tappa 7° tappa
  Morfologia   Gonggar - Tsedang Tsedang - Lhasa Lhasa - Ganden Gyantse - Shigatse Shegar - Nyalam
  Qualche numero   Valle dello Yarlung Chu Lhasa 4° tappa Shigatse 8° tappa
  Cartina   Monastero di Samye I grandi monasteri intorno a Lhasa Lhasa - Gyantse 6° tappa Nyalam - Zhangmu
  Curiosità       Gyantse Shigatse - Shegar  
  Popolazione            

Lhasa - Ganden:

Lasciamo Lhasa e ci dirigiamo verso est. Dopo aver superato il ponte sul fiume Kyi Chu, prendiamo la pista molto accidentata che ne costeggia la riva sud. Le abitazioni dei villaggi intorno a Lhasa hanno spesso sopra l'ingresso principale delle corna di yak quale simbolo propiziatorio e di protezione contro gli spiriti del male. Incuriositi ci fermiamo a visitare uno di questi piccoli centri.

Siamo degli stranieri e l'accoglienza non é molto calorosa: dapprima occhi nascosti ci osservano, ci scrutano e ci studiano da dentro le case, siccome é stato appurato che non siamo cinesi, veniamo accolti benevolmente da numerose persone che con larghi sorrisi ci invitano nella loro casa. Decidiamo di seguire un cortese richiamo di una signora che ci presenta la sua famiglia al completo; papà mamma e due figli che vivono in un unico locale che si affaccia su un ameno portico.
Conscio dei rischi a cui potrebbe andare incontro, l'attuale regime infatti vieta ai tibetani di riconoscere quale loro capo spirituale il XIV Dalai Lama e i trasgressori e le loro famiglie vengono puniti severamente, l'anziano signore richiama la nostra attenzione su un'immagine un poco sbiadita del XIV Dalai Lama che si trova appesa ad una parete ed é considerata dalla famiglia un oracolo da venerare.

L'abitazione é arredata con una semplicità sconcertante: due letti tibetani ne occupano un angolo mentre in quello opposto vi é un cassettone tipico (unico mobile presente) e un gran tavolo occupa il centro del locale. Vari oggetti sacri attirano la nostra attenzione, tra i quali una preghiera che gira ininterrottamente su se stessa animata dal calore di una candela: in questo modo le preghiere continuano senza sosta a correre verso il cielo.
Le pareti sono decorate con misere pagine di riviste raffiguranti scene di interni di lussuose case occidentali.

Superati gli inevitabili convenevoli siamo invitati a sederci nel porticato della casa dove ci viene offerto il caratteristico the tibetano. Si tratta di una particolare infusione che si ottiene facendo bollire il the con acqua, passandola quindi con un colino onde metterla in una zagola dove verrà mischiata con burro di yak e sale: é indispensabile agitare vigorosamente la bevanda prima di metterla in una teiera di terracotta che la conserverà al caldo.

Provare a bere questo the per non mancare di riguardo é stata un'impresa veramente ardua: il sapore forte del burro unito a quello del sale si é rilevato ai nostri palati europei poco appetibile, sembra però che questa bevanda fornisca un alto contributo energetico e riesca a scaldare più del nostro normale thé, inoltre da un punto di vista medico-scientifico pare che questo alimento popolare sia molto sano, infatti la teina riuscirebbe ad annullare gli effetti indesiderati del colesterolo contenuto nel burro di yak.

Il verde della valle, i contrasti dei campi accuratamente lavorati, le imponenti e grigie montagne ci accompagnano fino a raggiungere il villaggio di Dagze; qui la pista inizia a salire con ripidi tornanti, tra strapiombi mozzafiato e praterie punteggiate da tende da pic-nic che i pellegrini utilizzano in occasione di particolari feste, fino a raggiungere la mitica Ganden a quota 4.500 metri s.l.m..

Il panorama che si ammira, una volta raggiunta la quota massima, é di una grandiosità inimmaginabile, le maestose montagne sono tutte lì, a poca distanza, a formare un anfiteatro dove la risorta Ganden si adagia compresa tra i suoi affascinanti monasteri.
Tra tutti i grandi centri religiosi, Ganden é quello che più ha sofferto la meschinità delle guardie rosse.
Una volta all'anno, nel periodo di fine luglio ed inizio agosto, a Ganden si tiene una festa che richiama moltissima gente che la raggiunge addirittura da località lontanissime.
É una festa talmente importante e sentita che, pur di partecipare, i pellegrini sono disposti a sopportare disagi inimmaginabili e lunghissimi giorni di viaggio in condizione ambientali estreme; i nomadi si spostano con i docili e caparbi yak, i contadini in sgangherati e malconci autobus o camion.

L'esperienza di quella mezz'ora trascorsa nel cassone del camion che ci ha condotto a Samye ci fa immaginare realmente le fatiche a cui i passeggeri sono sottoposti in quelle interminabili ore di viaggio. In occasione di raduni e feste estive i nomadi usano tende di cotone bianco finemente decorate con i simboli della fortuna e della prosperità.
Al nostro arrivo la grande conca verde che protegge Ganden si era già trasformata magicamente in una città di tende.

Da lontano la verde montagna sembrava stranamente macchiata di nero e solo in seguito avvicinandoci abbiamo capito che erano gli yak, gli insostituibili mezzi di trasporto dei pastori tibetani che li pascolavano. A questo punto si completa davanti a noi una scena di straordinaria intensità che ci emoziona profondamente, da una parte per la selvaggia bellezza dell'ambiente naturale dall'altra per l'imminente inizio della cerimonia.
Ci dirigiamo unitamente a migliaia di sudati pellegrini, nel piazzale antistante il mausoleo di Tsongk-hapa dove una folla di oltre tremila persone é accalcata a guardare il muro rosso-marrone.

Vi sono numerosi nomadi che si riconoscono dall'abbigliamento e dai caratteristici ornamenti, contadine con i loro colorati grembiulini, i monaci sempre sorridenti e affabili e pochi stranieri che si disperdono a meraviglia nell'immenso oceano umano.
Ci colpiscono in modo particolare le acconciature sfoggiate dalle donne Kampa che per tradizione devono essere composte da 108 sottili trecce tenute insieme da una fascia tempestata di coralli e turchesi.
I coralli che tradizionalmente vengono utilizzati sono in realtà di pasta di vetro acquistabili facilmente a basso prezzo nei mercati tradizionali; il vero corallo simile a quello "taroccato" é molto più caro e raggiunge il valore ci circa $ 500 per perlina. In occasione di particolari feste e raduni questo popolo nomade indossa e mette in mostra tutto il suo patrimonio: fastosi abiti in broccato colorato e gioielli in argento e pietre dure.

Un uomo o una donna grassa indicano, nella concezione tibetana dell'esistenza, ricchezza e prosperità a differenza di ciò che avviene nella nostra società dove il concetto di ricchezza viene valutato soprattutto sulla base del valore degli ornamenti piuttosto che dall'aspetto fisico.
La festa inizia con suoni delle dung-chen che annunciano con solennità l'arrivo dei danzatori che indossano costumi e maschere tradizionali dipinte a mano che fanno parte del tesoro del tempio: lungo il fronte antistante il muro del mausoleo si sono allineati una trentina di monaci Gelugpa alcuni dei quali suonano i classici strumenti sacri; qualche passo più indietro una decina di danzatori completa la scenografia iniziale.

Il sopraggiungere di altri suonatori di tamburo indica l'imminente arrivo del preziosissimo thanka che, arrotolato, viene portato a braccia da decine di fedeli fino a depositarlo ai piedi della facciata. Dall'alto del monastero, dove un perfetto cielo blu fa risaltare i dorati kenkira e la ruota dell'istruzione, monaci in bilico calano delle funi con attaccate lunghe canne di bambù dove verrà assicurato il prezioso thanka per poi issarlo e onorarlo con rappresentazioni e sacre danze. L'origine di questo prezioso thanka risale al XVII sec. e rappresenta il "Buddha del futuro". L'oceanica folla in rispettoso silenzio osserva il lento srotolamento disturbato da dispettose folate di vento che aprono, gonfiandolo, il telo giallo sul quale sono riportate antiche iscrizioni, che copre e protegge il thanka, a questo punto i fedeli lanciano le sciarpe bianche di preghiera (kathak) che devono raggiungerlo per poter ottenere l'indulgenza.

A volte occorrono più lanci affinché ciò accada, ed é bellissimo osservare, questo continuo flusso di kathak che biancheggiano ad un certo punto la base del thanka. Una luce tersa resa ancora più brillante da uno splendido sole fa risaltare i colori dell'antica tela di seta, ormai completamente srotolata, che occupa tutta la facciata sud del mausoleo ed é così imponente da dominare la scena tanto da essere vista anche dalle praterie intorno ormai ricolme di fedeli. Terminate le danze i monaci iniziano una processione che si snoda nelle tortuose viuzze che collegano il Colleggio Sharts, la residenza monastica dell'Amdo (Khangtsen) con lo spiazzo davanti al monastero della Sala del Trono.

Qui ci fermiamo ad ascoltare i suoni bassi delle dung-chen accompagnati dalle alte tonalità delle gya-ling fino al termine della rappresentazione.
Visitiamo la tomba di Tsongkhapa: le guardie rosse distrussero il chorten originale e con sorpresa trovarono i resti in perfette condizioni. Oggi restano solo pochi frammenti del teschio tumulati nel nuovo chorten.

Di fronte alla tomba si trova la Sala del Trono che ospita il trono d'Oro che fu dei Ganden Tripa. Quando usciamo la folla si é ormai dispersa, a questo punto a ritroso ripercorriamo la stradina che ci riporta sulla prateria dove i nomadi consumano il pic-nic all'ombra delle loro tende, al nostro giungere alcuni ci chiedono fotografie del Dalai Lama che procurano una grande gioia e sono introvabili a causa delle persecuzioni e della censura operate dai cinesi.