Lhasa, la mitica capitale del Tibet viene raggiunta nel tardo pomeriggio. Lo scenario che ci offre é sconfortante: negli oltre quarant'anni di invasione cinese infatti, attorno al nucleo storico e ai numerosi monumenti é cresciuta una periferia industriale disordinata, anonima e urbanisticamente caotica i cui autori non vollero tener conto in alcun modo della cultura e della storia tibetana, antica, come si sa, di oltre quindici secoli.
Osserviamo lo stridente contrasto tra i volti fieri ed aspri di chi é abituato a vivere sull'altopiano rispetto ai volti sbiaditi dei coloni cinesi: diplomatici, funzionari, militari o semplici commercianti.
Tra anonimi viali a più corsie, dove il traffico é simbolico, e squallidi quartieri dormitorio sopravvivono pezzi del passato che ci hanno riconciliati e ripagati del turbamento iniziale. Il "Potala", simbolo della nazione stessa, che domina Lhasa dalla cima della collina rossa chiamata "Marpo Ri" alta 130 metri é l'opera più complessa mai costruita in Tibet. La storia della sua costruzione inizia nel VII sec. e si snoda lungo i secoli attraverso svariate vicende, infiniti ampliamenti, modifiche e restauri per apparirci oggi, con i suoi 13 piani che ospitano circa 1.000 stanze ed un'infinita serie di cappelle, come una delle meraviglie architettoniche dell'Asia.
Anche la sanguinosa e tragica invasione cinese non é riuscita ad intaccare questo maestoso simbolo che ci appare tutt'oggi reale ed integro in modo stupefacente.
Esso rappresenta ciò che i cinesi avrebbero voluto cancellare durante la rivoluzione culturale e rimane come monito ed una testimonianza per tutti coloro, visitatori, studiosi e storici, che vogliono capire più profondamente il dramma della popolazione tibetana. Tutti gli edifici sacri devono essere visitati seguendo il senso orario secondo la tradizione, ed é ciò che facciamo unitamente ad altre centinaia e centinaia di
pellegrini lungo un percorso che ci occuperà tutta una mattinata. Nello slargo antistante il piazzale di ingresso la nostra attenzione viene attirata da un gruppo di pellegrini che si comportano in modo strano, notiamo infatti che con il braccio teso in avanti, il dito indice puntato e gli occhi chiusi cercano uno alla volta di mirare un foro sito nel muro distante alcuni passi da loro.
La nostra guida ci spiega che chi riesce a centrare il foro avrà acquisito per se e la sua famiglia buoni auspici e buona salute. Anche noi tentiamo con scarsi risultati tra il divertimento generale. I pellegrini, di qualsiasi ceto sociale: contadini, nomadi, cittadini, sono accumunati dalla stessa profonda religiosità carica di fede e affollano le cappelle per offrire burro di yak per le lampade votive e per pregare.
Le lampade illuminano eternamente, grazie alle offerte dei fedeli, le meraviglie raccolte a profusione negli interni e simbolicamente disperdono il buio dell'ignoranza. E così, trascinati dalla corrente di pellegrini, in una atmosfera intensa piena di colore e di fortissimi odori, visitiamo la Sala
dell'Assemblea, la grotta della meditazione del Re Songtsen Gampo, le cappelle dei Mandala Tridimensionali e le varie tombe dei Dalai Lama. Uscendo dal Palazzo Bianco per la lunga scalinata che zizzagando si immette nella piazza sottostante, abbiamo la sensazione
che la maestosa costruzione sia ancora più imponente di quello che ci si potesse immaginare vedendola da lontano. Le fasce decorative marrone bruno della facciata vengono ottenute con un curioso metodo di rivestimento: migliaia di bacchette di legno vengono infilate, per circa 10 cm., nell'intonaco del muro perimetrale.
Questa particolare decorazione avremo la possibilità di riosservarla in altri importanti e sacri edifici. Ogni volta che rientriamo in Lhasa dalle escursioni nei dintorni sentiamo il bisogno di ritornare al mercato del Barkhor per tuffarci un'altra volta nello straordinario mondo dell'umanità tibetana così colmo di sacralità e di vitalità.
Il mercato si snoda lungo le viuzze che a quadrilatero contornano il sacro monastero del Jokhang costantemente invaso da pacifici pellegrini con il viso incrostato di polvere e la pelle bruciata dal vento, che arrivano anche dai luoghi più remoti per testimoniare la loro profonda fede. Incuriositi, seguiamo il percorso che deve doverosamente procedere in senso orario.
La nostra curiosità ci aiuta a captare gli infiniti particolari di una cultura completamente differente dalla nostra: vediamo gruppi di
nomadi Kampa e Ding Ra, dalle elaborate capigliature; i poveri nomadi Douba; le donne Gidi, ornate con cinture d'argento, i monaci sempre sorridenti e anziane signore della città che, camminando, instancabilmente girano la "ruota della preghiera" che contiene all'interno strisce di carta con impresse formule religiose che ruotando emettono le preghiere. La più famosa formula recita: "Om Mani Padme Hum".
Lungo il circuito si svolge il mercato, composto di innumerevoli bancarelle che si succedono una attaccata all'altra e che, per la loro ricchezza di merci, attirano tantissima gente. Qui i nomadi Kampa possono trovare gli ornamenti per arricchire le loro acconciature: gli uomini i grossi anelli di osso di yak e le frangie di seta colorata che stringono la lunga treccia impreziosita con gioielli d'argento; le donne i fili di turchesi
e coralli intrecciati che pongono nei capelli sormontati da grosse ambre poste al centro della testa. I colori, la moltitudine di etnie e la curiosità caratteristiche di questo mercato sono quanto di più gustoso ci possa essere per gli amanti della fotografia:
l'affabilità e la cordialità dei tibetani aiuta certamente in modo particolare a vivere queste atmosfere se é vero che in varie occasioni siamo stati salutati con l'antica usanza del mostrare la lingua.
Se si raggiunge il monastero di Jokhang da Barkhor Square, esso appare avvolto dai fumi d'incenso che provengono da due panciuti incensieri (sangkang) posti di fronte all'ingresso principale e a due recinti. Il recinto principale racchiude un vecchio ceppo di salice e un'antica stele dove é iscritto un antico trattato sino-tibetano, risalente all'anno 822 le cui clausule garantivano il rispetto reciproco dei confini.
Di solito,
il cortile esterno all'ingresso del monastero é affollato di pellegrini che si prostano ripetutamente in segni di devozione. I tibetani pregano con tutto il corpo, con un fervore ormai scomparso nella nostra società, le grosse pietre del selciato si sono lucidate nei secoli per il continuo passaggio di pellegrini, donne, anziani e bambini.
É questo un mondo che colpisce e ci fa riflettere, sembra di vivere in un altro medioevo, parallelo alla nostra civiltà scientifico-materialistica, dove la dimensione spirituale é la via maestra della vita umana e dove un piccolo popolo non si rassegna alla perdita dell'indipendenza, delle proprie tradizioni, della propria identità culturale e religiosa che si concreta nella sincera attesa del ritorno del proprio capo spirituale.
Entriamo al Jokhang dalla porta secondaria, nel secondo cortile una dozzina di monaci intenti alle loro funzioni religiose richiamano la nostra attenzione per la dolcezza e originalità della preghiera; ci accorgiamo da alcuni gesti, come gettare all'aria grani
d'orzo per tenere lontani gli spiriti del male, che essi appartengono alla setta dell'antica religione "bon".
Da qui inizia la visita vera e propria di quello che rappresenta il più venerato luogo di culto del Tibet la cui edificazione risale al VII secolo e servì per ospitare la statua del Buddha portata in Tibet dalla sposa nepalese del re Songtsen Gampo.
Visitiamo le numerose cappelle, tra le quali la più conosciuta é quella che conserva la statua di Jowo Sakyamuni il Buddha più venerato del Tibet. Ripide e scivolose scalinate, dagli scorrimani e gradini unti di burro di yak, conducono alle terrazze poste su diversi piani da dove é possibile osservare: i tetti del Jokhang,
dorati e finemente lavorati ed arricchiti con formelle raffiguranti il Buddha e con pinnacoli che si elevano dal colmo verso il cielo; il Potala che domina imponente la città; il chiassoso mercato sottostante e le montagne che svettano dietro gli splendidi tetti dorati e i kenkira che adornano le lisce mura perimetrali del monastero.
I kenkira sono dei cilindri di bronzo dorato abilmente lavorati alti a volte anche due metri che contengono preghiere scritte su strisce di carta.
I Sa-dag invece sono dei cilindri ricoperti con lunghe code di yak e sono dedicati agli arcaici dei prebuddisti considerati protettori del luogo.
Il Barkor Caffé, situato all'angolo sud-ovest della piazza del Barkor, é un ottimo punto di osservazione e di ristoro, da qui si ha la sensazione di osservare il mondo con il grand'angolo, e si percepisce come questo quartiere sia quello che più di ogni altro ha resistito con tutta la propria forza ad ogni tentativo di omologazione culturale da parte dei cinesi.
Questo locale é in comunicazione con il mondo via internet.
Il Norbulingka o Palazzo d'Estate si trova nella zona occidentale della città, é circondato da un bel parco di circa 4 kmq. ed é rilassante passeggiare lungo i viali che conducono ai vari complessi dei palazzi e cappelle, tra i quali, l'appartamento privato
del XIV Dalai Lama dal quale partì in gran segreto verso il confine indiano nel 1959 travestito da soldato per sfuggire alle milizie cinesi; tuttavia, pur custodendo una storia di circa 150 anni, il palazzo d'estate é meno importante degli altri monumenti
di richiamo che ingioiellano Lhasa. Tutti i palazzi del Norbulingka vennero danneggiati dall'artiglieria cinese dopo la fuga del Dalai Lama.
Abbiamo trovato interessante la visita al quartiere tibetano caratterizzato da stretti vicoli in terra battuta. Accompagnati dalla nostra guida, che non ci lascia mai, cerchiamo, tra i fanghi e le fogne a cielo aperto di avanzare tra lo sguardo incuriosito dei tibetani e quello sospettoso dei cinesi, di scoprire il popolare quartiere. Le abitazioni sono dal punto di vista architettonico molto particolari, mentre dal punto di vista
della manutenzione e delle situazione igienico-sanitaria sono estremamente degradate e fatiscenti. É quasi d'obbligo prima di lasciare Lhasa provare qualche ristorante che serve cucina tibetana. Un buon ristorante si trova ai piedi del Potala ai lati del viale Dekyi Nub Lam: viene servito un menù tibetano che comprende lo "tsampa" fatto di farina di orzo mischiata con burro e the, i "momo" gustosi ravioloni di carne cotti al vapore, la carne, in genere bollita, viene servita con patate lesse; la lingua di yak in umido é un piatto particolarmente pregiato come le salsicce di yak ai ferri accompagnate da verdure varie lessate fino ai dolci e allo yoghurt di yak.